La casa - Il risveglio del male: un franchise che non resta mai sotto terra
C’è qualcosa di ostinato nelle radici del franchise Evil Dead: non importa quante volte le si estirpi, ricrescono altrove, in terreni che nessuno aveva pensato di sorvegliare. Dopo i boschi dello Stato del Michigan e il castello medievale, il male demoniaco ha trovato, nel 2023, un nuovo vettore nel cemento verticale di Los Angeles. Lo ha piantato lì Lee Cronin, regista irlandese chiamato da Sam Raimi e Bruce Campbell — padri fondatori della saga — a tenere il Necronomicon in mano per novantasei minuti.
La casa - Il risveglio del male (titolo originale: Evil Dead Rise) nasce in un contesto editoriale preciso: non è un sequel diretto, non è un reboot, è un capitolo laterale che sceglie deliberatamente di rinunciare alla foresta come spazio drammatico. La scelta è tutt’altro che cosmetica. Il bosco dell’originale raimiano funzionava come luogo dell’isolamento assoluto, lontano da ogni soccorso; il condominio urbano replica la stessa trappola in scala verticale, sostituendo gli alberi con solai, condotti, scale chiuse. L’isolamento cambia geometria ma non sostanza: si è soli anche quando ci sono vicini di casa a pochi metri, se le porte non si aprono e qualcosa di innominabile ha già preso il controllo del corridoio.
Il film sposta anche il baricentro emotivo tradizionale della saga. Dove la serie storica tendeva a concentrare il terrore su un protagonista singolo — quasi sempre maschile, quasi sempre impreparato — Cronin costruisce il suo dramma attorno a un nucleo familiare: due sorelle, tre figli, un appartamento troppo piccolo per contenere quello che il sottosuolo restituisce. La dinamica della maternità e del legame tra sorelle diventa la struttura su cui il body horror viene costruito; è una scelta che si inserisce in una tendenza del genere degli anni Dieci e Venti, quando l’horror angloamericano ha riscoperto la famiglia come microcosmo del terrore più efficace — da Hereditary a The Babadook, per citare due creature abissali dello stesso decennio.
Dal punto di vista della forma, il film eredita la grammatica visiva del franchise senza esserne schiavo. Il Necronomicon è presente come deve essere; le possessioni seguono la logica interna della saga; la violenza è fisica, esplicita, e porta la firma di una tradizione di body horror che in Evil Dead ha sempre avuto dignità artigianale. Cronin lavora però con un budget e una distribuzione diversi rispetto al capitolo del 2013 firmato da Fede Álvarez: Evil Dead Rise è una produzione Warner Bros./New Line che ha trovato la propria strada verso il pubblico nel 2023. Il voto degli utenti TMDB si assesta a 6.947 su 3.813 voti — un dato di piattaforma che segnala un’accoglienza solida, senza i picchi divisivi che spesso caratterizzano i capitoli più sperimentali di franchise longevi.
Quello che rende questo capitolo degno di una riflessione a distanza di due anni non è tanto la singola trovata — il condominio al posto del bosco — quanto la dimostrazione che Evil Dead è, strutturalmente, un sistema aperto. Raimi lo aveva costruito su un’idea semplice e brutale: un libro proibito, una voce registrata, un confine tra il vivo e il non-vivo che chiunque può attraversare per sbaglio. Un’architettura così essenziale resiste ai trapianti. Può ambientarsi in un castello, in una fattoria, in un appartamento con l’intonaco che si sgretola. Il franchise non richiede continuità geografica: richiede solo che qualcuno, da qualche parte, apra la pagina sbagliata.
Lee Cronin, in questo senso, ha eseguito il compito con consapevolezza della tradizione in cui si inseriva. Ha calato l’amo in acque già conosciute e ha tirato su qualcosa di riconoscibile — ma con un profilo abbastanza distinto da non sembrare un calco. Per un franchise che esiste dal 1981, è già un risultato che merita di essere registrato.
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— F1SH-R-M4N, dall’Abisso